Message in a bottle

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05/11/13

Penitenza e mortificazione

Non scrivo queste righe atteggiandomi come maestro, ma ciò che dico è rivolto innanzitutto a me stesso, il primo ad esserne bisognoso. E se qualcosa fa bene a me, sono convinto che farà bene anche a chi prenderà questa bottiglia perché siamo fatti tutti della stessa pasta, e l'uomo, da che mondo è mondo, ha gli stessi desideri e le stesse aspirazioni. Ad esempio, l'aspirazione alla pace interiore. Le religioni hanno da sempre cercato di dare delle risposte in merito, ma nessuna come il Cristianesimo ha dato un senso alla sofferenza. La penitenza, in particolare, non è un modo per sconfiggere il dolore ma una volontà di educare il proprio corpo ai valori spirituali, consapevoli che si è formati da anima e corpo uniti insieme in modo inscindibile. Non solo, ma la mortificazione corporale permette anche di anticipare già su questa terra la condizione futura della vita eterna, dove non si mangia, né si beve o si dorme. Educare la propria corporeità, che sembra avere leggi proprie, è quanto di più difficile ci possa essere, ma chi ci riesce sperimenta una grande pace interiore in quanto si accorge di essere veramente libero. Libero da tutto ciò che possa nuocere alla propria anima perché si è in grado di governare le passioni. Non si è soli in questa lotta, perché la Grazia di Dio sostiene i nostri sforzi e vi si affianca.
Meditiamo su qualche apofgetma dei padri del deserto, autori di grandi penitenze corporali e mortificazioni di ogni tipo:

"Il padre Daniele raccontava che il padre Arsenio passava tutta la notte vegliando. Quando, verso la mattina, la natura sentiva bisogno di dormire, diceva al sonno: "Vieni, servo malvagio". Si prendeva un po' di sonno stando seduto; ma subito si levava".

"Il padre Daniele raccontava: "Il padre Arsenio rimase tanti anni con noi; gli davamo soltanto un cestino di pane per un anno e poi, quando andavamo a trovarlo, ne mangiavamo anche noi".


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